IL NUOVO UMANESIMO DELLE RELAZIONI
12 riflessioni sull’uomo nell’epoca dell’intelligenza artificiale
Capitolo 01 — La deriva antropologica
Quando l’efficienza rischia di sostituire l’essere umano
Nuovo umanesimo: C’è una domanda che dovremmo avere il coraggio di porci.
Mentre costruiamo macchine sempre più intelligenti, stiamo diventando esseri umani più consapevoli?
È una domanda scomoda.
Perché siamo abituati a considerare il progresso tecnologico come sinonimo di progresso umano.
- Più velocità.
Più informazioni.
Più automazione.
Più connessioni.
Più produttività.
Ma una società può diventare straordinariamente efficiente e, contemporaneamente, impoverirsi sul piano delle relazioni, della cultura e della capacità di riconoscere il valore della persona.
È qui che, a mio avviso, comincia quella che possiamo definire una deriva antropologica.
Non la considero una condanna della tecnologia.
Al contrario.
La tecnologia è una delle più straordinarie espressioni dell’intelligenza umana.
Il problema nasce quando l’uomo comincia a misurare se stesso attraverso gli stessi parametri con cui misura una macchina.
Quando la persona diventa una prestazione
Abbiamo progressivamente costruito una cultura nella quale essere efficienti sembra non essere più sufficiente.
Dobbiamo essere performanti.
- Sempre disponibili.
- Sempre aggiornati.
- Sempre competitivi.
- Anche le relazioni rischiano di essere interpretate attraverso questa logica.
- Quante persone conosci?
- Quanti contatti hai?
- Quanti follower?
- Quante visualizzazioni?
- Quanti clienti?
- Quante opportunità hai generato?
- Ma una domanda fondamentale rischia di scomparire:
quante relazioni autentiche hai costruito?
La differenza non è semantica.
È antropologica.
- Un contatto può essere archiviato.
- Una relazione deve essere coltivata.
- Un contatto può essere classificato.
- Una relazione richiede ascolto.
- Un contatto può essere moltiplicato.
- Una relazione richiede tempo.
- Un contatto può essere acquisito.
- La fiducia, invece, deve essere costruita.
Nuovo umanesimo
La grande illusione della connessione
Viviamo probabilmente nell’epoca della storia umana nella quale è più semplice entrare in contatto con qualcuno.
Eppure non è affatto scontato che siamo diventati più capaci di entrare in relazione.
Questa distinzione dovrebbe diventare centrale nel dibattito sul futuro dell’uomo.
Perché essere connessi non significa necessariamente essere vicini.
Possiamo comunicare istantaneamente con persone che si trovano dall’altra parte del mondo e, nello stesso tempo, essere incapaci di ascoltare realmente la persona seduta davanti a noi.
Possiamo avere migliaia di contatti professionali e non avere qualcuno con cui confrontarci quando dobbiamo prendere una decisione difficile.
Possiamo essere permanentemente connessi e profondamente soli.
La connessione è tecnologica.
La relazione è umana.
Ed è proprio questa differenza che dobbiamo tornare a comprendere.
L’intelligenza artificiale ci obbliga a porci una domanda
L’intelligenza artificiale sta modificando profondamente il modo in cui lavoriamo, comunichiamo e produciamo conoscenza.
È in grado di analizzare quantità enormi di informazioni.
- Generare testi.
- Elaborare immagini.
- Supportare decisioni.
- Automatizzare processi.
- Aumentare la produttività.
Tutto questo è destinato a trasformare radicalmente il mondo professionale.
Ma proprio per questo dobbiamo porci una domanda ancora più importante:
che cosa rimane specificamente umano?
Non credo che la risposta sia semplicemente “fare meglio delle macchine”.
Sarebbe una competizione sbagliata.
L’uomo non deve necessariamente diventare più veloce della macchina.
Deve diventare più consapevole di ciò che lo rende uomo.
- La capacità di attribuire significato.
- La responsabilità.
- Il giudizio.
- L’esperienza.
- La capacità di riconoscere l’altro.
- La fiducia.
- La reciprocità.
- La sensibilità.
- La capacità di costruire legami.
- E soprattutto la capacità di trasformare un incontro in una relazione.
Nuovo umanesimo
Il capitale invisibile
Nel mondo economico esiste un patrimonio che raramente compare nei bilanci, ma che può determinare il futuro di un’impresa:
il capitale relazionale.
- È costituito dalla fiducia che abbiamo costruito.
- Dalla reputazione.
- Dalla credibilità.
- Dalle persone che ci riconoscono valore.
- Dalle relazioni che abbiamo saputo mantenere nel tempo.
- Dalla disponibilità reciproca.
- Dalla capacità di creare collaborazione anche quando non esiste un vantaggio immediato.
- È un capitale invisibile.
- Ma non per questo meno reale.
Anzi.
In un’economia sempre più automatizzata, il capitale relazionale potrebbe diventare uno degli elementi distintivi attraverso cui le persone e le organizzazioni costruiranno il proprio valore.
Il networking deve cambiare paradigma
È anche per questo che credo sia necessario ripensare il concetto stesso di networking.
Per troppo tempo il networking è stato associato alla quantità:
- più eventi,
più biglietti da visita,
più contatti,
più opportunità.
Ma questa è soltanto la dimensione quantitativa della relazione.
Il vero networking comincia quando il contatto smette di essere un numero e diventa una persona.
Quando nasce la fiducia.
Quando compare la reciprocità.
Quando si crea uno spazio nel quale due persone possono riconoscere il valore dell’altra.
Il networking, nella sua forma più evoluta, non è accumulo di contatti. È cultura della relazione.
Ed è proprio qui che il networking incontra una questione molto più grande del business.
Incontra l’uomo.
Perché abbiamo bisogno di un Nuovo Umanesimo
Forse dobbiamo recuperare una convinzione semplice, ma diventata sorprendentemente attuale:
una persona non vale soltanto per ciò che produce.
- Vale anche per ciò che è.
- Per ciò che sa.
- Per ciò che ha vissuto.
- Per ciò che sa trasmettere.
- Per le relazioni che sa costruire.
- Per la fiducia che sa generare.
- Per la capacità di vedere ciò che altri non vedono.
- Per la propria unicità.
Questa prospettiva ci porta verso un’idea di Nuovo Umanesimo.
Non un ritorno nostalgico al passato.
Ma una risposta contemporanea alla trasformazione tecnologica.
Un Umanesimo capace di dire che innovazione e persona non sono avversarie.
- Che la tecnologia deve ampliare le possibilità dell’uomo, non impoverire la sua identità.
- Che il merito deve tornare a essere riconosciuto.
- Che la competenza deve avere valore.
- Che l’autorevolezza non può essere sostituita dalla semplice visibilità.
- Che la credibilità non nasce da un algoritmo.
- E che l’unicità di una persona non può essere ridotta a un profilo, a un curriculum o a una quantità di follower.
Il ritorno dell’Eros
Ed è qui che questa riflessione conduce al tema centrale del prossimo capitolo.
L’Eros.
Non l’Eros inteso semplicemente come attrazione.
Ma l’Eros nella sua dimensione filosofica: quella forza che spinge l’essere umano verso ciò che riconosce come bello, significativo e degno di essere conosciuto.
- Una forza generativa.
- Una tensione verso l’altro.
- Verso la conoscenza.
- Verso il bello.
- Verso qualcosa che ci permette di uscire dalla semplice dimensione dell’utile.
- Forse è proprio questo che manca a una società che rischia di trasformare ogni relazione in una funzione e ogni persona in una prestazione.
- Abbiamo bisogno di tornare a desiderare qualcosa che non sia immediatamente monetizzabile.
- Abbiamo bisogno di tornare a riconoscere il bello.
- Abbiamo bisogno di tornare a riconoscere il valore dell’altro.
- Abbiamo bisogno, soprattutto, di tornare a costruire relazioni che non siano soltanto funzionali.
La domanda da cui partire
Non so se siamo davvero di fronte a una deriva antropologica.
Ma credo che valga la pena interrogarsi.
Che cosa accadrà all’uomo quando le macchine saranno capaci di fare sempre più cose che oggi consideriamo esclusivamente umane?
La risposta non può essere soltanto tecnologica.
- È una domanda culturale.
- È una domanda economica.
- È una domanda sociale.
- E, in ultima analisi, è una domanda sull’uomo.
Per questo il futuro non dovrebbe essere una gara tra uomo e macchina.
Dovrebbe essere una ricerca di ciò che rende l’uomo irriducibilmente umano.
E forse la risposta comincia proprio da una parola antichissima:
relazione.
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Capitolo 02 — Eros, la forza dimenticata
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